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Crisi dei mercati II. Soluzioni: giuste &sbagliate.

Le presenti osservazioni seguono quanto è stato detto in “Crisi dei mercati e tutela del risparmio” il cui lavoro è stato pubblicato in questo sito internet, laddove abbiamo cercato di fotografare la situazione concernente l’attuale crisi dei mercati.

In questa sede vogliamo invece delineare le soluzioni al problema della crisi dei mercati, non senza tuttavia indicare qualche critica al modo con cui l’Europa e l’Italia stanno affrontando la situazione economico-finanziaria venutasi a creare.

Nel precedente lavoro abbiamo detto che, a nostro avviso, non si risolve la crisi generando altro debito e quindi ribadiamo la contrarietà agli Eurobond.

Ciò perché è ormai chiaro che la crisi dei mercati è stata generata dai debiti sovrani a livello mondiale per il timore che essi diventino insostenibili.

Se dunque la soluzione del problema “debito pubblico” non è quella di produrre altro debito vediamo qual è, a nostro avviso, la strada da percorrere.

La soluzione si deve muovere su due direttrici.

La prima riguarda la crescita.

Di ricette al riguardo ne sono state indicate tante; ovviamente tutte altrettanto valide.

Sul punto vale quanto già affermato; nel senso che laddove pure volessimo indicare una crescita del 5% (in realtà provocatoriamente avevamo ipotizzato il 10%), calcoli alla mano tale risultato non consentirebbe di aggredire il debito pubblico.

Sicuramente genererebbe nuovi posti di lavoro, i cui nuovi redditi alimenterebbero consumi aggiuntivi, ma a parte le variabili del caso, concernenti la fiducia dei nuovi occupati a spingere sui consumi, piuttosto che sul risparmio, o per la qualità di tale nuova occupazione, anche in funzione del fatto che i redditi prodotti in un certo paese spesso vengono dirottati nei paese di origine dei lavoratori, in ogni caso, si diceva, ciò non sarà sufficiente in termini di entrate tributarie ad intaccare il citato debito pubblico.

Al massimo ci permetterebbe, tassi di interessi permettendo, di bilanciare la spesa corrente, oggi in disavanzo per circa 150 miliardi di euro.

Di sicuro, quello che è sbagliato fare in questo momento è immettere liquidità nel sistema, come sembra invece stiano facendo sia la Banca Centrale Americana sia la BCE.

Stante la situazione attuale, pare si stia verificando quello che Keynes chiamava “trappola di liquidità”, ossia il paradosso, da un lato, di abbondante liquidità nel sistema (si parla di 490 miliardi di euro iniettati dalla BCE) e, dall’altro lato, problemi di “funding” per le banche europee.

L’insigne economista, peraltro, sebbene l’avesse prospettata negli anni settanta, siccome non si era mai verificata una situazione del genere, nei propri scritti riferisce di non conoscere l’effetto che potrebbe provocare.

Se fosse vivo oggi lo capirebbe.

La liquidità immessa nel sistema produce inflazione non generata da maggiori redditi, così da essere controproducente per i consumatori che in questo modo subiscono solo l’effetto dell’aumento dei prezzi.

A riprova della correttezza dell’affermazione è sufficiente sottolineare che l’inflazione oggi in Italia è salita al 2,8 per cento su base annua rispetto all’1,5% del 2010.

Gli interventi di “quantitative easing” se possono andar bene in America, anche se si nutrono molte riserve in proposito perché nell’ultimo anno la banca centrale statunitense vi è ricorsa già per tre volte senza risultato, non vanno comunque nella direzione giusta in Europa.

La crescita, come abbiamo detto, non è la panacea del male Italiano.

Il male Italiano, come abbiamo visto, si chiama debito pubblico.

Il debito pubblico in Italia ammonta a circa 1.800 miliardi di euro, ossia pari al 120% del PIL ed i tassi per finanziarlo sono in netto aumento.

Non abbiamo altro tempo: dobbiamo aggredirlo.

Più tardi si interverrà, peggio sarà; non solo per l’Italia, ma anche per l’Europa.

Ciò perché in realtà quello del debito è un problema che investe tutti i paesi Europei.

Il problema quindi va affrontato in primo luogo a livello Europeo.

Come?

Intanto, la U.E. dovrebbe prendere atto che le politiche agricole in Europa, che vanno avanti ormai da trent’anni, sono fallite perché non hanno generato i risultati sperati e dunque cominciamo a tagliare da lì.

Parimenti, è sotto gli occhi di tutti che la politica di convergenza attraverso sostegni economici alle aree depresse sia anch’essa fallita.

Si tratterebbe di risparmi non di poco conto che dovrebbero essere collegati alla riduzione della quota del PIL che tutti i paesi membri versano all’Unione Europea quale contributo di funzionamento del sistema.

A livello nazionale non si può che sbizzarrirsi.

I suggerimenti sono stati tanti.

Noi ne indicheremo di seguito alcuni.

Intanto occorre chiarire l’obiettivo.

Ed è quello di arrivare ai parametri fissati dal trattato di “Maastricht”, ossia al rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo del 60%, quindi, a quota 960 miliardi di debito, ciò significa che si tratta di recuperare risparmi per almeno 1.000 miliardi di euro. Altro che la manovrina di ferragosto da 50 miliardi. . .

In primo luogo vanno ridotti i costi della politica.

E’stato detto.

Occorre farlo.

Dimezzare tutte le cariche della Stato può essere una idea.

Il risparmio potrebbe essere notevole.

Si tenga presente che si tratta di 180 mila unità (174.485 per la precisione) di cui 952 tra deputati e senatori, 1.129 consiglieri regionali, 125 assessori regionali non consiglieri, 3.933 amministratori provinciali, 152.155 amministratori comunali, 14.242 sindaci e vicesindaci e 6.949 consiglieri circoscrizionali.

Non pensiamo invece di ridurre le indennità dei parlamentari, perché sebbene essi stiano dando, al momento, pessima prova di se stessi, si tratta pur sempre di rappresentanti del popolo italiano ed è corretto abbiano una certa, ragionevole, quota di privilegi.

Neppure si tratta di abolire le province perché, anche se si sono evidenziate quali campionesse di inefficienza, ciò nondimeno non vanno eliminate istituzioni previste dalla carta costituzionale.

Andrebbero invece dimezzati i finanziamenti pubblici ai partiti.

In Italia, inoltre, esistono 5.512 società partecipate pubbliche, foriere di concessioni spesso affidate senza gara od assunzioni clientelari. Occorre valorizzarle e dismetterle e per il futuro impedire che si costituiscano società di siffatta natura. Parimenti, va dismesso il patrimonio immobiliare che fa capo alla pubblica amministrazione il cui valore pare ammonti, per le oltre 530.000 unità immobiliari, tra i 239 e i 319 miliardi di euro e, per i quasi 760.000 terreni, tra gli 11 e i 49 miliardi di euro.

Si tratta, inoltre, di ridurre stipendi, indennità emolumenti e quant’altro, attribuiti per incarichi pubblici, almeno al livello dello stipendio del Presidente della Repubblica pari a circa 220.000,00 euro annui.

Non si comprende, infatti, il motivo per il quale, ad esempio, il presidente dell’ATAC (l’azienda tranviaria di Roma) debba percepire una retribuzione quasi doppia della massima istituzione dello Stato.

In secondo luogo occorre ridurre gli stipendi ai dirigenti statali.

Sono troppi, circa 260.000, e si attribuiscono indennità di funzione, di risultato, eccetera, talvolta senza un preciso criterio meritocratico.

Di recente è apparsa la notizia sul quotidiano “Il Sole 24 Ore” che i dirigenti statali percepiscano da euro 80.000 ad euro 220.000,00 di retribuzione annua.

Praticamente il 20-30% in più dell’omologo del settore privato.

Con risultati di inefficienza che sono sotto gli occhi di tutti.

Vanno ridotti.

Capitolo pensioni.

Si deve passare subito al contributivo, attraverso il ricalcolo delle pensioni sopra una certa soglia (mensili euro 1.500,00?).

In questo senso occorre far capire alle persone, anche quelle beneficiate, il fenomeno assolutamente ingiusto ed ingiustificato di distribuire risorse a chi non ha diritto perché non maturate attraverso adeguata contribuzione; peraltro, a danno delle nuove generazioni.

Che sia, in sostanza, un patto tra generazioni.

Si tenga presente che l’INPS ha appena annunciato che l’esercizio 2011 chiuderà con una perdita di 2,9 miliardi di euro.

Sanità.

Un terzo delle spese correnti dello Stato va nel settore sanitario.

Con regioni che non riescono a controllarne la spesa.

Si tratta di ridurre drasticamente tali flussi finanziari.

In generale il sistema federalista sembra la soluzione.

Nel senso che ciascun centro di spesa deve avere la responsabilità delle entrate che gli pervengono dai cittadini, cui rendere conto, i quali, tra l’altro, possono esercitare con il voto la selezione della classe politica che gestisce tali risorse.

A ciò si aggiunga una seria lotta all’evasione fiscale, attraverso accertamenti presuntivi di reddito che abbiano quali parametri i beni ed i patrimoni di proprietà del contribuente, ed allo stesso riconducibili anche per interposta persona o per intestazione fittizia.

Ebbene al netto di tutti questi suggerimenti, che sembrano di poco conto, ma che a conti fatti modificherebbero l’assetto del paese, in tre anni si potrebbe centrare l’obiettivo indicato.

Si potrebbe obiettare che una soluzione siffatta di drastica riduzione di spese e redditi avrebbe componenti recessivi; ed in effetti così è.

Tuttavia, a soluzioni recessive devono corrispondere politiche espansive.

In primo luogo un fenomeno del genere provocherebbe la riduzione dei tassi d’interessi per via dei conti pubblici sicuramente migliorati; in ogni caso si ristabilirebbe la coesione sociale in questo modo riequilibrata, e le tensioni sui mercati finanziari cesserebbero e la fiducia dei consumatori, a questo punto, dovrebbe fare capolino.

Fiducia che potrebbe essere rafforzata attraverso la riduzione delle tasse, nei tre anni, a condizioni accettabili, secondo il livello di pressione fiscale comunemente accolta pari al 33% medio del reddito, liberando risorse che andrebbero ad alimentare consumi ed investimenti.

Roma, 21 ottobre 2011

(Avv. Carlo Carbone)

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