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crisi dei mercati
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Roma, 7 settembre 2011 - Crisi dei mercati e la tutela del risparmio.

  

Il dibattito in questo periodo si sta molto concentrando sulla crisi che sta interessando i mercati finanziari.

Sono state indicate, da più parti,  tante cause e molte ricette.

Sia consentito anche ad Assorisparmiatori, esprimere la propria opinione.

In primis vanno sfatati alcuni luoghi comuni.

La crisi dei mercati non è stata causata dall’abbassamento del rating degli USA, né da chissà quale congiura ordita da loschi speculatori nei confronti di Italia, Spagna, Grecia o Portogallo. Senza dubbio la speculazione esiste e prospera laddove il terreno è fertile; ed anche il rimedio di aver vietato lo “short selling” non  sembra serva  a granché.  

Non è neppure vero che fosse inevitabile che la crisi finanziaria d’oltreoceano dovesse ricadere sull’Europa, perché era sufficiente, ad esempio, non permettere il collocamento del diluvio di obbligazioni e di altri strumenti finanziari strutturati dalle banche d’affari americane senza il dovuto sostegno patrimoniale.

In realtà, la crisi dipende solo ed unicamente dall’eccessivo indebitamento degli emittenti strumenti finanziari, siano essi pubblici o privati.

Vengono colpiti quei paesi che si trovano in squilibrio finanziario.

In sostanza, il mercato si sta chiedendo se possono essere sostenuti i livelli di indebitamento, in crescita, che alcuni paesi europei  hanno raggiunto.

L’Italia è tra questi.

Sta per essere approvata una manovra aggiuntiva che permetterà maggiori introiti nelle casse dello Stato, si dice,  di 53 miliardi  di euro.

Briciole.

Come si legge chiaramente nel Rendiconto Generale dello Stato 2010, le passività al 31 dicembre 2010 ammontavano a 1.000 miliardi e 400 milioni circa di euro, con un peggioramento, rispetto all’anno precedente, di oltre 18 miliardi di euro.  

Tale dato va raffrontato con le Entrate (tributaria ed extratributarie) di 750 miliardi di euro, con un disavanzo finanziario di 204 miliardi di euro.

Il prodotto interno lordo delle famiglie e delle imprese ammonta a circa 1.500 miliardi di euro. Ed infatti, se rapportassimo il P.I.L. con le entrate tributarie, avremmo la conferma che la pressione tributarie è pari al 43,5%, appunto, del prodotto interno lordo.

Per far fronte alle passività l’Italia da tempo segue un costante programma di emissione di prestiti obbligazionari che ha raggiunto il valore di circa 1.800 miliardi di euro, ossia superiore al P.I.L. del 120% circa.

Come è noto, secondo il trattato di “Maastricht” il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo si dovrebbe attestare al 60%.

Secondo il Rapporto annuale (2010) di Bankitalia, inoltre, il risparmio in Italia ammontava al 31 dicembre 2010 ad 8.600 miliardi di euro, che tenuto conto della crisi dei mercati che ha provocato il ribasso dell’indice azionario del 24,61%, dovrebbe essere stato eroso per circa 600 – 800 miliardi di euro.

In ogni caso, siamo il popolo, primi in Europa, che maggiormente accantona ogni anno una parte del proprio reddito.  

E’ chiaro, quindi, che con conti pubblici così, l’Italia assista all’ampia volatilità dei corsi dei propri titoli; ciò in virtù dei timori da parte degli operatori finanziari mondiali che tale imponente massa di debito possa non essere rimborsata relegando l’investimento in “altamente rischioso”.   

Il problema dunque concerne la sostenibilità del debito.

Tuttavia, i mercati  finanziari danno ancora fiducia all’Italia e ciò in primo luogo perché fa parte della U.E., ma anche perché tengono conto, secondo il concetto di debito aggregato, (considerare oltre al debito pubblico, anche il “debito privato” ed il “risparmio”, in Italia particolarmente basso il primo e piuttosto spiccato il secondo)  di quella che rappresenta la vera ricchezza  del Paese.

La conseguente ovvia considerazione concerne il fatto che tale ricchezza dovrebbe essere salvaguardata.

In passato non è stato così e non lo è neppure oggi.

Ricordiamo tutti i casi di collocamento in Italia dei prestiti obbligazionari da parte della Repubblica Argentina, della Cirio, della Parmalat ed infine della banca d’affari americana Lehman Brothers, sui cui titoli le famiglie avevano investito i propri risparmi, che non sono stati onorari a scadenza perché i citati emittenti sono caduti in default.

Tutta ricchezza dispersa.

Da molto tempo stiamo affermando, inascoltati, che prima di collocare sul mercato italiano uno strumento finanziario diretto ai risparmiatori l’Autorità di vigilanza deve accertare la sostenibilità del debito rispetto al patrimonio.

Pervero, una siffatta norma già esiste.

L’articolo 2412 del codice civile, infatti, fissa nel doppio del capitale sociale, della riserva legale e delle riserve disponibili, il limite di valore entro il quale può essere emesso il prestito obbligazionario. 

Tuttavia, tale limite viene sistematicamente aggirato in quanto vengono collocati i citati strumenti finanziari di debito inizialmente presso investitori istituzionali ed in piazze finanziarie europee ove non sussiste  tale limite.

Tale sistema ha permesso, ad esempio, alla Lehman Brothers Holdings Inc., attraverso la Lehman Brothers Treasury Co B.V., società di diritto olandese, interamente partecipata dalla predetta Lehman Brothers Holdings Inc.,  nonostante fosse già operativa la cosiddetta Mi.F.I.D., (Markets in Financial Instruments Directive) ed il relativo regolamento Consob, salutati come norme che avrebbe fatto sì da evitare nuovi scandali quali i citati Cirio e Parmalat, di collocare prestiti obbligazioni esattamente seguendo il medesimo schema che in passato aveva destato tanto scalpore.

E’ chiaro, dunque, che non sia questa la strada da seguire; ed in primo luogo proprio per salvaguardare il risparmio quale  ricchezza del Paese.

Da questo punto di vista non deve essere appoggiata l’idea che la soluzione sia l’emissione dei  cosiddetti “Eurobond”, perché si tratta soltanto di una modalità per ampliare il bacino di debito, anche se oggi vengono fornite rassicurazioni sul fatto che servirà (ma il dibattito è aperto) solo per acquistare sul mercato le obbligazioni dei singoli Paesi membri. D’altronde già esiste il fondo cosiddetto “salva-stati” assolutamente sufficiente allo scopo.  E deve essere altrettanto chiaro che se tale fondo si rivelasse insufficiente allora esisterebbe un problema molto più grande, nel senso che l’Europa dovrò decidere se avvitasi su se stessa e rischiare essa stessa il “default”, oppure lasciare al proprio destino il paese membro. Su tenga presente, tanto per fare un esempio, che nel 2010 la crisi Ellenica è costata all’Italia 4 miliardi di euro, ma per gli impegni assunti, il conto è molto più salato (il Piano aiuti alla Grecia da parte della UE e del FMI ammonta ad 80 miliardi di euro).  Ed alla fine sarà anche maggiore perché dai dati economici che emergono, sembra che la governo greco non riesca a rispettare gli obiettivi stabiliti in termini di riduzione del debito pubblico. 

Gli Eurobond potranno solo rinviare, magari anche di un quinquennio, la soluzione del problema che non potrà che passare attraverso una drastica riduzione delle spese pubbliche.

Non vi sono alternative, e coloro che si affidato alla crescita del Paese, obiettivo tuttavia che va perseguito con tenacia, pensando di risolvere il problema, o affermano il falso oppure non sanno cosa dicono, perché ove pure il P.I.L. crescesse del 10%, mai successo il Italia, in termini di entrate tributarie corrisponderebbe a circa  per 75 – 100 miliardi di euro e, seppur volessimo calcolare i benefici indiretti in termini di sviluppo, tale risultato non sarebbe sufficiente ad aggredire, in modo serie, il debito monster che attanaglia il Paese.  

L’insigne economista Franco Modigliani affermava che il valore di un’impresa aumenta con il suo indebitamento fino al limite del dissesto. Non vorremmo arrivare a tale livello, perché qui si parla del dissesto dell’intero sistema capitalistico così come concepito dai paesi occidentali.

Non sarà facile da accettare, ma si tratta in definitiva di ritornare all’economia reale e non a quella drogata dal surplus di debito dei governi, delle imprese e  delle famiglie, quest’ultimo in particolare ascesa. 

Ebbene, se non faremo leva sulla spesa pubblica, riducendola, primo o poi saremo comunque destinati a fare i conti con tale realtà, e sarà l’alba di un nuovo giorno.

                                                           Avv. Carlo Carbone

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